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Una musica senza confini in cui si incontrano i percorsi musicali di tre musicisti che hanno intrapreso un viaggio interiore comune. In questo modo potremmo riassumere l’essenza di Empathies, disco d’esordio del pianista Paolo Principi che esce il 7 giugno 2021 per l’etichetta Emme Record Label. La formazione è completata dai compagni d’avventura Roberto Gazzani al basso elettrico e Andrea Morandi alla batteria con la partecipazione speciale di Marco Postacchini al sax tenore e Luca Mattioni alle percussioni. Un progetto dall’innato senso melodico, dove confluiscono diversi linguaggi, che nasce dopo molti anni di lavoro e di ricerca musicale in contesti culturali diversi. Non a caso i tre musicisti suonano insieme da molto tempo anche in formazioni che spaziano dal jazz alla world music, dal funk alla composizione per le immagini. Linguaggi e percorsi presenti in un disco che rappresenta senza dubbio il crocevia tra diverse strade che convergono in un’unica direzione. A tal proposito è molto esplicativa l’immagine di copertina in cui il mare ha un significato importante proprio perché diventa il punto d’incontro tra culture e suoni provenienti da diverse parti del mondo. Queste differenze, che spesso fanno parte del Dna di popoli diversi tra loro, sono quelle che portano ad arricchire il modo di pensare di ognuno, diventando spunto per una crescita interiore collettiva: un ponte che accorcia le distanze tra culture, tradizioni e punti di vista.

Il disco si apre con Consequence, una composizione carica di lirismo, composta più di vent’anni fa, pervasa da un velato senso di malinconia. Il tema è supportato da un leggero suono elettronico che funge da eco, risonanza della melodia stessa, essenziale e lineare. Il tutto nasce da un ribattuto su un’unica nota che pian piano si sviluppa grazie al supporto “empatico” del basso di Roberto Gazzani e del drumming di Andrea Morandi. Bob’s Blues è un brano dedicato al musicolgo e compositore Roberto Grisley, storico del jazz recentemente scomparso. Il blues che si ascolta in questa composizione ci riporta alle origini del Jazz e del suo linguaggio ma allo stesso tempo si apre al nuovo con un tema denso di citazioni e di accenti sincopati. Lo sviluppo dell’improvvisazione, dapprima libero, poi man mano riportato sui binari della tradizione, crea un ponte tra passato e presente. Adagietto è una rivisitazione intima e rispettosa, senza improvvisazione, del famoso “Adagietto” della quinta sinfonia di Mahler: un omaggio a quel periodo storico di transizione, per l’appunto il novecento, che si pone come un linguaggio universale, come sviluppo massimo del post- romanticismo che apre le porte ad una nuova grammatica della musica. Quasi una narrazione liturgica, intima, essenziale, ma allo stesso tempo potente perché “ponte” di linguaggi e di culture. È anche una metafora di un’apertura al nuovo, al diverso. Tutto ancora una volta basato sull’empatia, che non a caso è il filo conduttore di un progetto trasversale, ricco di spunti e contaminazioni.