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Un trio che esplora le possibilità timbriche offerte dall’interazione dei tre strumenti attraverso composizioni che non si pongono limiti di genere. In questo modo possiamo riassumere l’essenza dell’Ear Trio, formato da Michele Scucchia al pianoforte, Nicola Pazzi al basso elettrico e Manuel Giovannetti alla batteria, che mercoledì 23 aprile pubblica il disco d’esordio Earache per l’etichetta Emme Record Label. La band sperimenta diverse sonorità, rese coerenti dall’unitarietà del sound e dalla matrice comune del jazz contemporaneo, nel quale ricerca e contaminazioni rappresentano uno slancio verso l’utopia dell’originalità. La nascita di questo album è avvenuta in maniera del tutto inaspettata: solitamente infatti un concept nasce da un tema di base che viene sviluppato, e attorno al quale prendono forma la storia e le canzoni. In Earache è successo l’opposto: prima sono arrivati i brani, subito dopo i loro titoli, poi il titolo dell’album e infine – proprio come accade con le costellazioni – si è rivelato il disegno complessivo. Da qui la scelta di dedicare questo primo album alla più grande paura di un musicista: il mal d’orecchie, insieme, alla possibilità di muoversi e trovare equilibrio dentro uno spazio scomodo, riuscendo magari ad ampliare la propria zona di sviluppo prossimale.
Forse per la gestazione travagliata di questo disco, forse per il periodo storico incerto durante il quale il progetto ha preso forma e ha dovuto trovare la propria strada, l’album parla di grandi fastidi. Se è vero che si cresce davvero fuori dalla comfort zone, è proprio in questo spazio scomodo, che spinge alla crescita personale e sociale, che nasce Earache. Nel suo sviluppo, l’album attraversa piccoli e grandi fastidi e imprevisti: una stanza troppo fredda (In my cold room) o troppo calda (Sweat in my back). In Bassist Nightmare l’armonia modale dilatata sotto i soli ricrea l’atmosfera onirica in cui nulla sembra certo, né consequenziale secondo una logica lucida. Nella Scutigera Coleoptrata la sezione in accelerando descrive il movimento della rapida fuga del miriapode poco prima della sezione dei break, che rappresenta i colpi di una ciabatta sul muro per porre fine alla vita del temuto e disgustoso animaletto. Orion Belt vuole evocare, attraverso l’immaginazione sonora, i suoni dell’esplorazione spaziale, la modernità alla ricerca di risposte nelle periferie del Sistema Solare, tra momenti di grande intensità e densità ritmica, e momenti di ampio respiro, di stupore e di attesa che pervadono l’uomo immerso e perso nei grandi spazi cosmici.