Un progetto che unisce jazz e canzone d’autore e che elabora i suoni ed i colori di queste due tradizioni musicali in una chiave moderna, sperimentale, a tratti avanguardista. E’ questa l’essenza di Rame, disco d’esordio dell’omonima formazione, uscito il 30 aprile 2018 per l’etichetta Emme Record Label. La band, nata nei banchi del conservatorio, vede Valentina Fin alla voce, Giovanni Fochesato al sax tenore, Mauro Spanò al pianoforte, Marco Centasso al contrabbasso e Filippo Mampreso alla batteria. Questa opera prima del quintetto rappresenta per certi versi un tributo al patrimonio culturale italiano perché unisce il talento compositivo, tipico della tradizione jazz, con un’innata capacità nella scrittura dei testi che ritroviamo soltanto nei grandi cantautori italiani. Musiche e parole che diventano il mezzo per rievocare storie, raccontare vicende attuali ed esplorare miti antichi che vengono riletti con una chiave di lettura moderna, originale, acquistando una luce del tutto diversa. Non a caso Rame rappresenta il punto d’incontro di cinque artisti che lavorano ad un’idea comune con la convinzione che fare musica significhi fare arte e creare composizioni in cui si incontrano diverse sensibilità. La ricerca sonora e timbrica sono, inoltre, un elemento caratterizzante del quintetto che offre una particolare attenzione alla forma di ogni brano, alla costante metamorfosi dell’organico per un continuo rinnovo del timbro. Un elemento, anche questo fondamentale per una band che, oltre a dimostrare una grande padronanza musicale e compositiva, ama sperimentare dividendosi tra improvvisazione e brani dal carattere più minimale.

Tra le composizioni più interessanti del disco citiamo senza dubbio Sultano, brano di apertura il cui testo è stato scritto rielaborando alcuni versi delle poesie più significative dello scrittore e poeta di origini palestinesi Mahmoud Darwish. Il tema di Sultano è il sentimento di nostalgia mescolato all’amore ed al confuso ricordo della propria terra d’origine a cui ogni abitante si sente appartenere come fosse al tempo stesso cittadino e sultano. Il brano si sviluppa partendo da una stasi sonora iniziale con una lunga esposizione tematica fino all’energica improvvisazione finale, che con fervore porta al momento di pathos più alto del pezzo. Biblide e Cauno riprende un mito greco dall’omonimo titolo che ritroviamo nelle Metamorfosi di Ovidio: è la tormentata storia di Biblide, innamorata del fratello Cauno, che vive un sentimento impossibile, tanto intenso quanto proibito, destinato a diventare immortale. Il brano parte da un tema complesso e ricco di cambi metrici che ricorda il tormento di Biblide e che in un secondo momento sfocia in un’improvvisazione dapprima eterea, poi sempre più definita e dirompente. Da qui arriva l’epilogo della storia, dove Biblide viene trasformata dalle ninfe in una fonte d’acqua viva, fresca, liberandosi da ogni sofferenza. L’ultimo brano del disco, Rame, è un’improvvisazione estemporanea che rappresenta in pieno la ricerca timbrica del gruppo. Le sonorità della band si concretizzano in questo brano dove forti crescendo e inaspettati silenzi si rincorrono in una dimensione senza tempo e senza armonia che ci riporta indietro nel tempo. Da questo punto di partenza nasce un universo primitivo in cui non esistono regole e dove regna un rispetto, quasi reverenziale, per i propri compagni: rispetto per il silenzio, per le sinergie: una celebrazione dell’arte della musica.

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